Il problema, però, non nasce con la procedura avviata dalla Asl di Brindisi. Viene da più lontano: dalla mancata approvazione, attesa da oltre due anni, del regolamento previsto dalla normativa nazionale e dall’Intesa Stato-Regioni del 4 agosto 2021.
In assenza di regole definite, le aziende sanitarie pugliesi sono costrette a ricorrere a soluzioni temporanee, disomogenee e non coerenti con l’assetto delineato a livello nazionale.
Confcooperative Sanità lo denuncia da tempo: le cure domiciliari non si affidano con una gara. Si organizzano attraverso autorizzazione all’esercizio, accreditamento istituzionale e accordi contrattuali, come già avviene in altre Regioni. Non farlo significa sottrarsi a una precisa responsabilità istituzionale.
Dopo oltre due anni di interlocuzioni promosse da Confcooperative Sanità Puglia senza esiti concreti, non servono altri passaggi preliminari. Serve una decisione chiara, che dia finalmente attuazione alla disciplina vigente.
Non è soltanto una questione giuridica. È una questione di civiltà e di responsabilità pubblica verso le persone fragili, gli anziani, i malati cronici e le loro famiglie.
Chi riceve cure in ADI ha diritto alla libertà di scelta, alla continuità della presa in carico e a prestazioni erogate da operatori qualificati e sottoposti a verifica. Spetta al regolatore pubblico rendere effettivi questi diritti, governando l’offerta secondo criteri di qualità e appropriatezza e riconoscendo, nel rispetto del principio di sussidiarietà, il contributo di chi concorre alla tutela della salute.
Confcooperative Puglia